Luoghi SOS-Pesi

Un’indagine visiva dentro l’archeologia dell’abbandono, dove il tempo sembra essersi fermato. Il titolo gioca con le parole per svelare una doppia anima: la sospensione temporale di spazi sottratti al presente e il grido d’aiuto di architetture dimenticate. Scatti realizzati in solitudine, esclusivamente in luce naturale, per catturare l’ultimo respiro di luoghi storici ed edifici  dismessi prima della loro metamorfosi, evocando la presenza umana attraverso la sua assenza.

Presentazione

Locus asper, locus amoenus: la curiosità del bello nello spazio abbandonato
Testo di Simona Pinelli

Buio. Oddio dove siamo. Un taglio di luce rivela oggetti, polvere, macchinari, qua una sedia, là un armadietto, da lontano sembra anche di scorgere una bici rotta. Come ci si orienta qui? Ma soprattutto perché decidere di venire a esplorare luoghi del genere, oscuri, abbandonati, lasciati a se stessi da anni di incuria?

Questo si pensa in un primo momento seguendo – letteralmente – le orme del lavoro di Luca Maria Castelli, figura quanto mai poliedrica nel panorama artistico italiano. Esploratore, fotografo, artista, ma soprattutto curioso, di una curiosità incontenibile e contagiosa, che lo ha portato nel tempo a indagare e scrutare visi, corpi, oggetti, paesaggi, luci, ombre, giorni, notti e luoghi. Ecco: i luoghi.

E qui veniamo al tema e ai contenuti di questo progetto, questi Luoghi SOS-pesi che Castelli ha deciso di “ritrarre” nel loro stato di totale abbandono, in attesa che, a breve termine, vengano trasformati, abbattuti, ripensati, recuperati. Luoghi quindi che troveranno una “salvezza” in una nuova vita, in nuove idee che li porteranno o a diventare tutt’altro o a recuperare il loro antico splendore.

Ma per capire veramente la straordinaria natura di Luoghi SOS-pesi, bisogna seguirlo molto da vicino, il sentiero tracciato da Castelli, secondo le direttive estetico-tecniche che caratterizzano questo lavoro, come si accennava poco sopra: dobbiamo insomma andare a scoprire prima di tutto lui, Luca Maria Castelli; esploratore, fotografo, artista.

LMC > Esploratore

Esplorare (dalla Treccani): cercare di scoprire, di conoscere quanto è sconosciuto o nascosto o quanto altri cerca di tenere celato, servendosi dei mezzi opportuni; esaminare attentamente un luogo, perlustrarlo, percorrerlo, per conoscerne esattamente l’aspetto, o per scoprire ciò che vi può essere nascosto. Ci agganciamo a quest’ultima parte della definizione del dizionario per cercare di delineare la caratteristica che sta alla base del lavoro di Luca Maria Castelli: la curiosità senza la quale non ci troveremmo a parlare di questo progetto.

Per curiosità l’artista è salito su un pattino di un elicottero per fotografare un altare azteco incastonato nella roccia in Chiapas; per curiosità ha seguito un gruppo di alpinisti in ascesa, completamente imbragato sulla schiena di un mulo con tanto di attacco da un’arpia alta più di un metro e ottanta; per curiosità è sceso 200 metri sotto terra per ritrarre un’antica città sepolta; per curiosità è entrato in un carcere di massima sicurezza americano per conoscere i pluriergastolani che producono una famosa marca di jeans.

E ovviamente per curiosità, Luca Maria Castelli esplora luoghi, seguendo quella linea di fotografi-pionieri che praticano la cosiddetta urbex, abbreviazione di urban exploration, e che consiste nell’esplorare e fotografare affascinanti e misteriosi luoghi abbandonati, spesso sconosciuti o inaccessibili ai più. Molte volte si tratta di luoghi di una bellezza che toglie il fiato, lasciati lì a languire in preda all’incuria. Luoghi, che, guardando le foto di Castelli, riescono sempre a emozionare, stupire e meravigliare – lui per primo e con lui noi tutti – rivitalizzati così come sono grazie alle immagini che ci scorrono davanti agli occhi.

Infatti, “fare” urbex significa prima di tutto amare ciò che ci circonda, in qualsiasi stato si trovi, tanto che spesso chi si dedica a questa pratica è solito segnalare questi luoghi urbani abbandonati e sollecitare interventi che li tolgano al decadimento. Molto spesso i lavori di questi esploratori diventano dei blog o delle pagine social proprio per far conoscere queste meraviglie non ancora del tutto perdute. E di fatto Luoghi SOS-pesi nasce con l’intento solidale di raccogliere fondi per la ristrutturazione della ex cabina Enel dei Giardini Margherita che diventerà la sede della straordinaria associazione RE-USE WITH LOVE, come si accenna già in altre parti di questo catalogo.

LMC > Fotografo

È un piacere analizzare il modo di fotografare di Castelli, che potremmo definire quasi “classico”, dove i giochi di luce – sia nel colore che nel bianco e nero – vengono ancora dal lungo corso dell’artista con la fotografia analogica, quando si scattava su pellicola e l’intervento successivo alla stampa era pressoché nullo.

Infatti, pur con l’avvento del digitale, Castelli continua comunque, quanto più possibile, ad evitare la manipolazione delle immagini, lasciando ancora al suo occhio il compito di cogliere luci, colori, sfumature, contrasti, senza quasi mai intervenire in postproduzione. Come dice lui stesso: “Se lo scatto non va, la foto non va, anche dopo ore di ritocco: è una mia profonda convinzione che, con mio grande orgoglio, mi stanno riconoscendo molte delle realtà con cui collaboro”.

Nessun orpello né trucco, nessuna attrezzatura aggiuntiva viene dunque utilizzata per “ritrarre” questi luoghi. Castelli li vuole proporre a noi spettatori così come li ha trovati, lasciando a noi la “postproduzione” dell’effetto finale nei nostri occhi, nel nostro cuore e nelle nostre emozioni. Spesso, per donarci l’immagine “perfetta”, l’autore ha atteso ore e ore perché arrivasse la luce giusta e poter così scattare finalmente la fotografia che, nel suo “progetto”, riveli al meglio quel determinato luogo. In una foto ad esempio – e vi sfidiamo a capire quale – usa la luce del suo cellulare per “aiutare” un taglio di luce laterale, ma unicamente per fare da contrasto all’altra luce, quella naturale che si staglia in primo piano. Basta. Nient’altro. Il resto tocca a noi.

LMC > Artista

I luoghi che scorrono davanti ai nostri occhi, nelle diverse fotografie, avranno – come dicevamo – una nuova vita a breve brevissimo; Luca Maria Castelli ne ritrae gli ultimi istanti prima che diventino altro, prima che la mano umana – di nuovo – intervenga per trasformarli in qualcosa di diverso, quale che sia.

Ed è a questo punto che l’esploratore e fotografo Luca Maria Castelli diventa artista. Perché, infatti, dei luoghi Castelli vuole “vedere” fisicamente l’ultimo respiro, li vuole ancora sentire mentre palpitano negli ultimi istanti prima della metamorfosi, della reincarnazione nel loro nuovo sé, li vuole vivere nella struggente malinconia dell’abbandono, evocativa di quella paura ancestrale che ci attanaglia fin da bambini e che ognuno di noi combatte tutta la vita come può.

È un rapporto personalissimo quello di Castelli con questi luoghi e con la loro lontananza dal mondo reale: talmente “suo” che spesso li vive da solo, senza nessuno che lo accompagni, senza troppe interpretazioni e congetture del perché o del per come quel determinato luogo è finito così. L’artista questi luoghi li vuole vedere così come sono, prenderne l’impressione appena entra e stare lì, anche ore, in un dialogo silenzioso con l’invisibile ma presentissimo agire del tempo. E come dicevamo poco sopra, ci dà ben poche spiegazioni, se non quella di attivare la nostra anima.

Ed ecco allora la magia: ogni foto, apparentemente, ferma e cristallizza l’immagine del luogo che stiamo guardando, ma in verità l’immagine non è mai ferma né cristallizzata. Vibra, freme, sussulta, scalpita nel ricordo della vita che l’ha animata: un macchinario, un letto, un fiore appassito, un quadro elettrico, un armadietto, una turbina, una fila di sedie da cinema, ci parlano immediatamente dell’identità di quel determinato posto, agiscono sulla nostra capacità percettiva per attivare il “riconoscimento” dell’antica funzione, sentiamo voci, suoni, rumori, vediamo luci e ombre, captiamo odori.

Quella era una fabbrica, certamente, e quest’altro un cinema, c’è anche lo schermo. E questo? Forse un orfanotrofio, o sicuramente un posto dove molte persone vivevano insieme; quella villa dev’essere stata bellissima, pensa che giardino profumato e chissà quanta energia produceva quella ex centralina elettrica; e quell’hotel, chissà com’era luminoso quando si aprivano le tende in una bella mattina di sole.

Ma questi stessi elementi che ci attivano ricordi da una parte, nel contempo ci spiazzano dall’altra: manca qualcosa, una cosa che allo stesso tempo ci accorgiamo però esistere prepotentemente. È la presenza umana: che è sì assente, ma sempre evocata da un macchinario dove si lavorava a ritmo serrato, da un letto dove spesso si riusciva a dormire poco, da un armadietto dove ci si cambiava prima e dopo il lavoro…

Ma c’è soprattutto – ricorrente in quasi tutte le immagini – un elemento-oggetto che amplifica il fascino di questa presenza/assenza: una sedia, una poltrona, in generale un “qualcosa” su cui sedersi o sdraiarsi. Spesso da sola, al massimo in una fila da quattro, è un amuleto potentissimo contro l’incuria; noi uomini ci siamo, siamo stati lì e lì torneremo, siamo presenti anche se l’artista concede solo a poche persone di poter assistere alla scena, spesso a una sola persona, cui è permesso sedere in quella sedia o sprofondare in quella poltrona.

Forse. Perché in fondo, questa “partecipazione” umana non è poi così importante. Neanche la presenza dell’artista si svela mai, neanche con una piccola ombra; sembra quasi che i luoghi si siano fatti un selfie, prendendo “in prestito” gli occhi di Luca Maria Castelli. Che esplorano curiosi e trovano il bello in ogni luogo abbandonato.

Simona Pinelli

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