Bologna Sola

Una serie di scatti realizzati a Bologna nell’arco di due settimane, a partire dal giorno in cui è stata decretata la chiusura dei Giardini Margherita per il primo lockdown del 2020. Questo e altri luoghi simbolo della città si sono rivelati improvvisamente deserti, svuotati, eppure irresistibilmente attraenti all’occhio di un fotografo desideroso di fermare in una serie di fotogrammi una versione della città irripetibile, quasi metafisica. Quindici giorni dopo, l’ultimo scatto al casello autostradale – nel giorno in cui è stata decretata la chiusura delle autostrade e dell’Italia intera – segna l’atto finale di un percorso tanto umanamente doloroso quanto artisticamente intenso.

Presentazione

Bologna, sola
Testo di Bruno Bandini e Beatrice Buscaroli

Tutta mia la città…

Il seguito è noto: “un deserto che conosco”, quanto meno nella versione che Mogol fornisce per la Blackberry Way dei Move. Versione che renderà celebre l’Equipe 84 nel 1969.

Ebbene, questo singolare incontro tra pop barocco e rock psichedelico sembra accompagnare le immagini di una città che riconosciamo, velatamente; che ci appartiene, ma ora è singolarmente vuota. Una città che ci invita ma tuttavia rende esplicito, manifesto, qualche cosa di inquietante: l’unheimlich freudiano. Una sorta di resa “metafisica” che nessuna opportunità della Tecnica è capace di salvaguardare.

Una città vuota, deserta, come se una bomba intelligente l’avesse colpita: sole le cose restano, solo gli oggetti, ma il vivente umano si è eclissato, si è reso irreperibile.

“Il mondo è tutto ciò che accade” inaugura così Ludwig Wittgenstein il suo Tractatus: è ciò che accade è l’insieme dei fatti che qualificano questo mondo, il nostro mondo.

Allora Luca Maria Castelli si muove in questo “mondo” – a suo modo barocco e psichedelico – lo cammina. Pallido e assorto?

Si perdoni la violenza al “meriggiare” di Eugenio Montale. Quella lirica è comunque una sorta di inno all’incedere, solitario, “triste e final”, di un soggetto – mai nominato – che ricerca gli echi di qualcosa che è irrimediabilmente scomparso. Siamo nel 1925, quasi un secolo fa dunque, e un’epifania estiva pare preparare un’epifania infernale.

Non per sprecare i giochi delle analogie, ma qualche cosa, oggi, ci avvicina – e ad essa avvicinano le immagini fotografiche di Castelli – a quella condizione improvvisa, ma forse non imprevedibile, che sta dilagando in Italia, in Europa, nell’intero Occidente, che annulla le differenze, che pretende un’omologazione delle coscienze, che impone un lockdown allo spirito.

Dunque, in questo contesto che cosa resta? Magari “camminare” è una soluzione, per quanto marginale, per quanto solitaria. Un cammino che non ha certo i contorni del vitalismo, sensuale e musicale, che ci aveva accompagnato fino a poco tempo fa; e nemmeno la purezza giocosa che ci porta a nominare la realtà con la molteplicità delle forme e dei suoni che paiono arricchire l’esistenza.

Niente di tutto questo: lo sguardo di Castelli e l’occhio della sua camera osservano una realtà che si è fatta dura, desertica, imperscrutabile.

Cammino, e la mia relazione con il paesaggio si oggettiva nelle sue apparenze ostili. Cammino, e cerco la profondità della superficie che calpesto, rifiutando ormai ogni facile ottimismo, ogni ingenua consolazione. Cerco un varco, che non è raggiungibile e quel cammino diventa un’ossessione di sé perché è la stessa realtà che appare irrazionale.

Eppure, se la condizione “stanziale”, l’approdo, non è poi particolarmente interessante, a meno che questa non sia il frutto di un’impresa in cui la mobilità – quella dei gesti dell’artista e quella del nostro sguardo che osserva attonito una geografia sempre più intricata e complessa – è capace di individuare armonie affatto prestabilite … allora la tesi ardita potrebbe essere questa: se il “transito” è una sequenza che determina trasformazioni identitarie, allora camminare, muoversi nello spazio, costituisce lo sforzo di immaginare e di rendere operativo un gesto artistico per il quale il “viaggiatore” si troverà perennemente calato in una condizione talmente mutevole da generare una figura dotata di un’originale capacità percettiva e conoscitiva. Non è tanto l’intenzione – “fare un viaggio” dotato di una destinazione precisa e riconoscibile – quanto l’assenza di scopo – il rendersi mobile, la disponibilità allo spostamento, dunque il rifiuto di ogni radicamento preconcetto – a delineare un approccio al “tema” del tutto inedito. Insomma, non siamo certi di quello che accadrà una volta arrivati a destinazione (una destinazione, un approdo che, per altro, non sono per niente scontati), né siamo certi della possibilità di un ritorno (che molti ritengono una delle reali ed autentiche finalità del “viaggio”).

Siamo certi che è indispensabile generare movimento, ricercare nuovi sentieri, accedere ad una più acuta visione e valutazione dei profili che il “transito” impone.

«Siamo stati a lungo ospiti della creazione, e io credo che lo siamo ancora. Al nostro ospite dobbiamo la cortesia del domandare» scrive George Steiner nelle Grammatiche della creazione. Gli eventi vissuti sono ambigui; la loro promiscuità genera eventi complessi, dialoghi taciti, sforzi per “accordare” ai fatti, alle parole, alle immagini, un proprio spazio.

Eppure buona parte dell’autenticità dell’arte – quale quella testimoniata da Castelli – risiede in quel luogo impervio e incerto nel quale i significati ondeggiano, paiono “convocati” in un segno, ma allo stesso tempo “evocano” tracce ulteriori.

Segni. Ripiegamenti di una materia che si prolunga, si contorce, si avvolge, per corrispondere alla “pieghe dell’anima”.

Segni improvvisi e misteriosi, perturbanti, una sorta di rimosso che ritorna con forza ineludibile, che non si presenta come un’eccezione, un’intrusione impropria, una melanconica suggestione, ma piuttosto come presenza costante, contrassegno, fino a costituirne la cifra, variamente declinata.

Ma allora il vero che cos’è? Un dato di fatto? Un pretesto? Un’astrazione? Certamente non è una cosa semplice. Ma piuttosto la sintesi di tanti elementi, di infinite determinazioni avrebbero detto i pensatori analitici della seconda metà dell’Ottocento.

E poi, “la verità sta nel metodo”, come sottolineava Nietzsche nelle Inattuali. E, ancora, un decennio dopo, Gauguin non esitava ad annotare: “riesco a ottenere, accostando linee e colori, con il pretesto di scene tratte dalla vita o dalla natura, delle sinfonie, delle armonie che mi fanno pensare come la musica mi fa pensare”.

Insomma, eravamo entrati – e quanto pare permaniamo – nella stagione della decadenza, della crisi dei fondamenti, nell’età della “riproducibilità tecnica”, dove tutto appare incerto, vago, “non riducibile” alle sintesi della ragione. Dunque, le arti visive, nel loro “camminare”, devono abbandonare forzatamente le procedure della rappresentazione del “vero”? Devono necessariamente dirigersi sui territori impervi dell’astrazione?

“Solo ciò che è vero può essere falsificato”. Questo predicavano i maestri della Patristica. E forse qui risiede anche uno dei rischi cui le arti visive possono andare incontro. Il loro linguaggio si limita a descrivere il mondo oppure è uno strumento talmente potente che può definirlo e plasmarlo? La nostra esperienza del mondo è una conseguenza dello stato oggettivo delle cose, del “vero”, o delle nostre limitazioni cognitive? Insomma: il linguaggio è una gabbia oppure una finestra?

Magari camminare “nella pandemia” può dare un aiuto: i nostri passi, il nostro incedere, sono un buon viatico per definire la nostra geografia.

Bruno Bandini e Beatrice Buscaroli

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